San Francesco, a Potenza nella chiesa di Santa Maria del Sepolcro la riflessione di Mons. Carbonaro: “La morte non chiude la vita”. Ecco le sue parole

«Francesco può cantare la morte come sorella perché ha abbracciato fino in fondo il limite, la fragilità e la relazione con Dio e con i fratelli».

Nella chiesa di Santa Maria del Sepolcro, l’arcivescovo Mons. Davide Carbonaro ha presieduto la celebrazione del Transito di San Francesco, ricordando il Santo di Assisi come uomo capace di trasformare l’amarezza in dolcezza, la morte in affidamento.

Ecco l’omelia completa:

“Francesco accolse sorella morte cantando.

Colei che nell’immaginario comune era la falciatrice di vite, per il santo di Assisi divenne lo spartito dal quale, con umiltà e fedeltà creaturale, cantare le lodi all’Altissimo.

La sera del 3 Ottobre 1226, Francesco tramonta con gli ultimi raggi di sole apparsi sulle soavi colline di Assisi, ma continua a riflettere il suo volto nel volto di Gesù, il Maestro e Signore, il Sole di giustizia, al quale ha voluto assomigliare in tutto.

Tanto che la voce comune della Chiesa lo definirà “Alter Christus”.

​ Non si scappa dalla morte.

Francesco lo ha intonato nel Cantico delle creature: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, dalla quale nullo homo vivente può scappare».

Anche Gesù non è sfuggito alla morte, volontariamente e liberamente accettata.

La morte è la comune sorte dei viventi.

L’attesa del suo compimento o ci distrugge o ci affida a Chi la morte l’ha vinta.

Francesco può cantare la morte come sorella perché ha, fin dall’inizio, abbracciato il suo limite, la sua fragilità e quella del prossimo.

La morte, come tutte le creature, appartiene al corpo creato da Dio: è corporale in quanto rappresenta il nostro comune destino.

Ad essa siamo “apparentati” gli uni agli altri; da soli non la sconfiggiamo.

«Tutto ciò che appare come un limite — afferma Papa Leone nella Magnifica humanitas — non è un difetto da correggere, ma un luogo dove maturare relazioni» (Cfr. MH 118).

È quanto risuona dalle parole dell’Apostolo Paolo: mi vanterò della mia debolezza, perché il mio Maestro crocifisso ha superato la morte e mi insegna ad attraversarla con Lui (Cf.2Cor 12,9-10).

​ Francesco, fin dall’inizio della sua vocazione, ha fatto i conti con la morte e la debolezza umana, maturando relazioni.

Nella sua iniziale ricerca di grandezza (il cavalierato, le armi, il successo), scopre che la vita ha un limite, che l’io si ferma davanti alla frontiera della morte.

Ecco che il primo superamento del limite, dopo la bulimia del successo, è l’abbraccio con il lebbroso, con chi la morte la porta visibile nella quotidianità e sulla pelle.

​ Al termine della sua vita, in poche battute, Francesco concentrerà quell’evento esprimendolo in un insieme distonico di emozioni.

La vista dei lebbrosi gli provocava ripugnanza, un’amarezza insopportabile: «nimis mihi videbatur amarum».

Tuttavia: «Il Signore diede a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava troppo amaro vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra di loro e usai con essi misericordia.

E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo.

E poi stetti un poco e uscii dal mondo» (dal Testamento di san Fancesco).

È la morte di Francesco a se stesso.

Dio capovolge i suoi gusti e il suo sentire, facendolo stare nelle Sue cose.

Egli, in fondo, si accorge di sé e degli altri.

Solo così può cominciare un cammino di cambiamento: se ci accorgiamo che siamo fatti per entrare in profonda relazione con Dio e con i fratelli.

​Svuotato e spogliato di tutto, Francesco chiede al Signore le virtù.

È l’abito nuovo, quello della grazia.

«Dammi fede dritta, speranza certa, carità perfetta»: è una delle preghiere che troviamo all’inizio del suo cammino.

Come cambierà questa richiesta nelle Lodi all’Altissimo, scritte al termine della sua vita!

Qui Francesco passerà dal bisogno al dono di sé, dall’io alla lunga litania del Tu: «Tu sei Santo, Tu sei forte, Tu sei l’Altissimo».

Quando il Signore diventa il nostro tutto, la vita trova la sua pienezza di cuore, la sua “perfetta letizia”.

​ Anche qui, nelle celebri parole registrate da frate Leone, troviamo la morte di Francesco a se stesso.

Tornato dall’esperienza di Damietta, dove aveva incontrato il Sultano Al-Malik, Francesco è assalito dai suoi frati che chiedono la Regola, che per lui è — e sarà — il Vangelo unito alla gioia di non tenere nulla per sé.

Francesco lascerà la carica di Ministro Generale dell’Ordine e si ritirerà nel silenzio della Verna, tra le sorelle pietre, immobili e maestose.

Qui sperimenterà l’amarezza del rifiuto dei suoi e, al contempo, la perfetta letizia.

Qui Gesù stesso gli ricorderà di essere stato rifiutato da coloro che aveva scelto perché stessero con Lui (Cf. Mc 3,14).

Sappiamo come questa profonda esperienza lo porterà a quell’unione mistica e sponsale che fu la stigmatizzazione della Verna.

I segni del Crocifisso Risorto saranno su quel corpo già martoriato dalla penitenza, dalla sofferenza e dalla cecità.

Cosa vide Francesco cieco ci è dato intenderlo in quel linguaggio mistico che guida gli occhi della fede alla perfezione dell’amore.

Custodì questo tesoro nel vaso di argilla del suo corpo.

Non descrisse mai i segni della carne, ma tradusse l’esperienza intima e sponsale dell’incontro con Cristo in un’esplosione di preghiera e gratitudine.

Scelse il silenzio e la lode, lasciando che il suo corpo parlasse solo dopo la sua morte.

​ Nelle ultime ore di vita troviamo Francesco nudo, deposto sulla terra: «sora nostra Madre terra, la quale ne sostenta e governa».

Madre terra ora sostiene il suo corpo accanto alla Porziuncola.

Francesco chiude gli occhi tra le povere mura di quella chiesa che aveva riparato con le sue mani.

Lì aveva chiesto a Gesù e alla sua santissima Madre, per la voce del suo Vicario, di manifestare misericordia e perdono per l’umanità.

Francesco muore chiedendo per sé lo sguardo di una donna, frate Jacopa, e pochi dolcetti.

Il santo di Assisi, già considerato tale dal popolo, non ha mai disprezzato la dolcezza del gusto e del bello, perché vivere è bello, perché il Creatore del bello e del buono è Bello.

Ancora l’amarezza della morte e la dolcezza della vita si incontrano in pochi mostaccioli, peraltro offerti a fra Bernardo, che apprezzò il gesto del Padre morente.

Francesco non riesce a consumare quella dolcezza, perché il Cielo gliene prepara una più grande.

Infatti, «quello che saremo non è stato ancora rivelato.

Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2).

​Carissimi fratelli e sorelle della famiglia francescana, in queste ore di letizia e di memoria dal sapore evangelico, mentre ci uniamo a tutta la Chiesa che celebra il Serafico Padre Francesco, desideriamo gettare una luce sapienziale nell’attuale dibattito sul fine vita, oggi purtroppo terreno di scontro ideologico.

Sopprimere la vita non è una conquista di civiltà: è arretrare sui passi della nostra magnifica umanità.

La Chiesa rigetta qualsiasi accanimento terapeutico e ogni forma di trattamento sproporzionato.

Tuttavia, tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che abbiamo il dovere di riempire con cure umane e con il sostegno a chi vive tali situazioni.

Intendo cure palliative, terapia del dolore, assistenza in luoghi che accompagnano la vita e non danno la morte.

È in gioco la dignità della persona, che non viene meno con la malattia, con il limite o con la dipendenza dagli altri.

È sulla capacità di prenderci cura di chi è debole che la comunità civile potrà misurare la propria umanità.

La celebrazione di stasera è memoria anche di questo.

Siamo uomini e donne in transito e attendiamo da Dio sorella morte, che ci consegnerà al Suo abbraccio.

​ «Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò».

«Laudato si’, mi’ Signore per sora nostra morte corporale».

Due profeti lontani nel tempo, Giobbe e Francesco, ambedue consapevoli che la morte non chiude la vita, non è la vendetta di Dio sull’uomo, ma la ferita pasquale che inaugura la vittoria dei risorti con Cristo.