“Un Paese che invecchia, nel quale nascono sempre meno bambini e che continua a perdere popolazione.
È il quadro a tinte fosche descritto dall’esperto di geopolitica Lucio Caracciolo nel suo articolo di ieri su la Repubblica.
Una riflessione che pone una questione di portata strategica, il declino demografico non è soltanto un problema economico e sociale, ma rischia di compromettere il peso geopolitico dell’Italia, la sua capacità produttiva, la tenuta del sistema sociale e, in definitiva, il suo peso negli equilibri internazionali.
Una nazione che perde abitanti, soprattutto giovani, perde anche forza, autonomia e capacità di decidere del proprio futuro.
Di fronte a questo scenario occorre programmare, creare opportunità e soprattutto mettere in relazione la formazione dei giovani con i bisogni reali della nostra regione”.
Lo dichiara il capogruppo socialista in Consiglio regionale, Antonio Bochicchio, che aggiunge:
“L’Italia, che nel 2016 contava circa 60,2 milioni di residenti, è scesa a 58,9 milioni all’inizio del 2026 e, secondo le più recenti previsioni dell’Istat, potrebbe arrivare a 55 milioni nel 2050.
Nel 2025 sono nati appena 355.772 bambini, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14.
Ma se questa è la situazione nazionale, la Basilicata presenta criticità ancora più accentuate.
Al 31 Dicembre 2024 contava 530.004 residenti, 3.229 in meno rispetto all’anno precedente.
Nel 2025, secondo i dati provvisori dell’Istat, la nostra regione ha registrato una diminuzione della popolazione del 9 per mille, la più elevata in Italia.
Anche il saldo migratorio interno, negativo per 5,5 abitanti ogni mille residenti, è il peggiore tra le regioni italiane.
Il dato forse più significativo riguarda proprio i nostri giovani.
Tra il 2021 e il 2025 sono stati 2.905 i lucani under 40 che hanno trasferito la residenza all’estero, mentre i rientri sono stati 978.
Una differenza negativa di 1.927 giovani in cinque anni, alla quale si aggiungono i trasferimenti verso le altre regioni italiane.
È partendo da questa situazione che abbiamo depositato oggi in Consiglio regionale una proposta di legge per il rientro programmato delle competenze giovanili in Basilicata.
Non si tratta di impedire ai nostri ragazzi di partire, ma di fare in modo che l’esperienza maturata fuori dalla Basilicata possa diventare una risorsa per il loro futuro e per quello della nostra regione, costruendo sin dall’inizio le condizioni per il loro ritorno”.
Spiega Bochicchio:
“La proposta istituisce un Programma regionale e uno strumento individuale denominato ‘Patto di rientro programmato’.
Il meccanismo parte dalla rilevazione delle professionalità richieste dalle imprese e dagli altri soggetti economici e sociali della Basilicata, per individuare giovani interessati ad acquisire competenze attraverso esperienze di formazione, specializzazione, ricerca o lavoro in altre regioni italiane oppure all’estero.
Il percorso potrà nascere anche da un progetto proposto direttamente dal giovane, purché coerente con le esigenze del territorio.
Attraverso il Patto saranno definiti gli obiettivi formativi, la durata dell’esperienza, le competenze da acquisire e il progetto di successivo rientro e inserimento professionale.
La norma prevede una sperimentazione rivolta a 150 giovani tra i 18 e i 35 anni, con una dotazione complessiva di 3 Milioni di euro per il biennio 2027-2028.
L’obiettivo è giungere a un’estensione ben più larga.
Le risorse sarebbero destinate alla formazione, alla mobilità e alla permanenza fuori regione, oltre che a incentivi per l’assunzione, l’autoimpiego, la creazione di impresa e l’insediamento professionale.
La sperimentazione comprenderebbe non soltanto laureati, ma anche diplomati, tecnici, giovani provenienti dagli ITS Academy, artigiani e altre professionalità specializzate.
L’obiettivo è verificare sul campo la possibilità di trasformare la mobilità giovanile da perdita definitiva a circolazione delle competenze.
Il Patto non rappresenterebbe una promessa automatica di assunzione né un contratto di lavoro.
Gli eventuali incentivi alle imprese sarebbero riconosciuti soltanto a seguito dell’effettiva instaurazione del rapporto di lavoro, nel rispetto delle norme vigenti.
Conclude il capogruppo socialista:
“Naturalmente 150 Patti non possono, da soli, invertire una tendenza demografica consolidata nel corso di decenni.
Sarebbe sbagliato sostenerlo, ma la sperimentazione serve proprio a verificare un modello e comprendere se possa essere successivamente ampliato.
Occorre affiancare a questo intervento politiche per il lavoro, la casa, i servizi, la famiglia e la qualità della vita.
Ma una cosa dobbiamo cominciare a farla, smettere di considerare inevitabile che i nostri giovani vadano via per sempre”.


























