43 anni al servizio diretto della sua comunità e della diocesi, altri 14 vicino al popolo da parroco emerito, accompagnandolo anche in avvenimenti storici di grande rilievo, come le celebrazioni dei millenari dei due monaci siciliani, San Luca Abate e San Vitale da Castronovo, attivi in Basilicata e in particolare ad Armento nel X secolo.
La comunità di Armento ha ricordato – a vent’anni dalla scomparsa – monsignor Domenico Angerosa, per tutti “don Mimì”, figura che per oltre mezzo secolo ha segnato la vita religiosa, sociale e culturale del piccolo centro lucano e della comunità ecclesiale della Diocesi di Tricarico.
L’incontro – volutamente lontano da una celebrazione formale o puramente nostalgica – è stato promosso dalla parrocchia insieme alla famiglia e alle istituzioni.
A dare testimonianza diretta e a dialogare con i cittadini nel ricordo, sono stati:
- l’attuale parroco don Francesco Barbarito e il sindaco Luca Manieri;
- don Nicola Urgo – Vicario Generale della Diocesi di Tricarico,
- don Antonio Mattatelli – parroco di Ferrandina e in passato della vicina Montemurro
- i nipoti Maria Antonietta Angerosa e Gerardo Nardozza,
- il professor Salvatore Lardino,
- il maestro Luca Bello,
- suor Tiziana Sciò,
- l’ex sindaco Pinuccio Ierardi.
Si sono poi aggiunti i contributi a distanza di monsignor Salvatore Ligorio – già vescovo di Tricarico, arcivescovo di Matera-Irsina e arcivescovo metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, e del professor Franco Licata – ex sindaco di Castronovo di Sicilia, gemellata con Armento: «due popoli uniti nei secoli per sempre, nel segno di San Vitale».
Ha precisato nell’introduzione don Francesco Barbarito:
«Non vogliamo proporre una nostalgia che idealizza, né mettere la persona su un piedistallo.
Vogliamo invece incontrare la traiettoria di una vita. Ricordare don Mimì significa anzitutto riconoscere il bene seminato e ringraziare per quel bene».
Una gratitudine e una dedizione che emergono bene dalla traiettoria storica ripercorsa da don Nicola Urgo:
«Che il Signore mi renda degno di tanta benevolenza e mi conceda di mostrare la mia gratitudine non soltanto a parole, ma nei fatti, senza risparmio della mia vita», ha citato dalle parole dirette di don Mimì, da cui emerge – precisa il Vicario – il desiderio di un continuo rinnovamento della propria “giovinezza spirituale”. Perché «non è la vita lunga che conta, ma la vita santa».
«Don Mimì era il saggio, punto di riferimento per tutti e in particolare per le nuove generazioni – ricorda monsignor Ligorio, cui il sacerdote rivolse più volte messaggi augurali a nome di tutto il presbiterio diocesano.
Grazie, caro don Mimì, per quello che ho potuto ricevere personalmente come testimonianza da giovane vescovo; grazie per la comunità che hai retto e servito con intelligenza e profondità di pensiero e di fede».
Ecco dei brevi cenni biografici.
Don Domenico Angerosa nacque ad Armento il 16 febbraio 1913. Entrato a soli dieci anni nel seminario di Lecce, fu ordinato sacerdote il 24 luglio 1938 da monsignor Raffaello Delle Nocche, a Tricarico. Dopo i primi anni trascorsi accanto al Vescovo e gli otto come parroco di Gorgoglione, nel 1949 fu nominato parroco di Armento, dove rimase per 43 anni, fino al 1992. Nel 1968 l’importante riconoscimento alla sua opera sacerdotale: Papa Paolo VI lo annoverò tra i suoi Cappellani, conferendogli il titolo di Monsignore. Noto il fatto che il gesuita padre Giuseppe De Rosa di Gorgoglione, allora direttore de La Civiltà Cattolica, avrebbe voluto don Mimì con sé a Roma, ma il sacerdote avrebbe scelto di rimanere ad Armento, spinto dalla sua umiltà e soprattutto dal profondo legame con la propria comunità.
Anche dopo essere diventato parroco emerito, per l’età e le condizioni di salute, continuò a esserle vicino e a mettersi a disposizione delle necessità della parrocchia fino alla morte, avvenuta il 1° settembre 2006.
Da corrispondenze e documenti emerge la considerazione di cui don Mimì godeva all’interno della diocesi.
La sua parola raggiungeva diverse comunità lucane e il suo impegno si estendeva dalla formazione religiosa all’attenzione concreta per le persone: orfani, famiglie con ragazzi in difficoltà negli studi, giovani bisognosi di orientamento professionale.
Negli ultimi anni, in qualità di parroco più anziano e di decano del Presbiterio, continuava ad essere una figura autorevole e riconosciuta, cui era tradizionalmente affidato (come si legge nella corrispondenza con lo storico Vicario, Monsignor Angelo Mazzarone) il compito di parlare a nome di tutti i sacerdoti e porgere i messaggi di auguri ai vescovi che si sono succeduti.
Accanto alla dimensione pastorale emerge anche quella culturale: don Mimì era conosciuto per le sue catechesi chiare e dirette, ma anche per la sua preparazione e per la capacità di affrontare temi teologici, sociali e culturali, con riferimento a pensatori e autori di grande rilievo: tra i tanti, particolare il legame con Pierre Teilhard de Chardin e con Alessandro Manzoni, come ha sottolineato nel suo intervento il professor Lardino.
La sua lunga missione ad Armento coincise con alcuni dei momenti più significativi della vita della comunità.
Tra questi, le celebrazioni del millenario di San Vitale da Castronovo, nel 1990, e di San Luca Abate, nel 1993, occasioni che richiamarono ad Armento importanti personalità religiose, istituzionali e culturali, in primis l’allora cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo.
In quelle circostanze don Mimì seppe leggere la storia del paese non soltanto come memoria del passato, ma come patrimonio da trasformare in una prospettiva di futuro.
«Vedo questa millenaria celebrazione come punto di arrivo di un cammino plurisecolare sostenuto dalla fede di san Luca, che fece grandi i nostri avi – furono le sue parole. – Figli di Armento, concittadini di san Luca e san Vitale, stirpe di Santi, non vi scoraggiate: il male vince qualche battaglia, ma perde la guerra.
San Luca, che un giorno lontano vi liberò da un’orda minacciosa di saraceni, vi liberi dall’aggressione di un mondo paganeggiante e dalle seduzioni delle sue lusinghe infide”.
Un ricordo, quello di don Mimì, che fa emergere dunque una parte viva della memoria di Armento, restituita anche dalle testimonianze più quotidiane di quella che è stata la sua gente: una presenza profondamente legata ai bisogni, alla storia, alla fede e all’identità del paese.



























