Trasmettiamo e pubblichiamo il comunicato del Prefetto di Potenza, Michele Campanaro, in occasione della Giornata della Memoria:
“Saluto con calore le tante ragazze ed i tanti ragazzi delle numerose scuole di ogni ordine e grado oggi qui presenti, insieme con i dirigenti scolastici ed i docenti. Davvero un bel segnale! E approfitto per salutare e ringraziare per il supporto dato alla riuscita di questa giornata la professoressa Anna dell’Aquila, neo Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Basilicata.
Rivolgo un saluto deferente alle Autorità civili, religiose e militari.
Infine, un commosso saluto e un particolare ringraziamento per la loro presenza rivolgo ai familiari del militare Rocco Possidente, originario di Avigliano, internato nei campi di sterminio ove è deceduto il 19 gennaio1945, alla cui memoria oggi consegneremo la medaglia d’onore del Presidente della Repubblica.
Rocco Possidente è uno dei 650.000 militari italiani, deportati nei campi tedeschi, perché dopo l’8 settembre 1943 si rifiutarono di servire Hitler. Un’altra pagina di storia colma di sofferenza e di coraggio. Posti dinanzi alla scelta fra una dura prigionia e l’adesione al nazifascismo, questi coraggiosi servitori di una Patria che li aveva lasciati senza direttive in balia del nemico, preferirono la fedeltà alle istituzioni e rivendicarono la loro dignità di uomini con una tenace resistenza al nazifascismo.
Lo abbiamo sentito. Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche varcarono i cancelli di Auschwitz e si rivelò al mondo l’orrore del genocidio nazista.
Quel campo di concentramento e di sterminio è assurto a macabro simbolo del minuzioso sistema di annientamento dell’essere umano, spogliato di ogni dignità di persona e ridotto a sola materia. Questa data è stata individuata come simbolo per istituire, in Italia e nel mondo, il Giorno della Memoria, per non dimenticare l’atroce sterminio del popolo ebraico ad opera del regime nazista e dei suoi alleati e per ricordare non solo coloro che furono deportati, ma anche quelli che si opposero alla ferocia nazifascista a rischio della propria vita, salvando altre vite e proteggendo i perseguitati.
Anche la città di Potenza dedica alla memoria della Shoah grande attenzione. Per questo siamo qui, avendo deciso, con l’Università degli Studi di Basilicata, con l’Ufficio Scolastico Regionale per la Basilicata, con l’Unicef di Basilicata e con i ragazzi della Consulta provinciale studentesca e dell’Orchestra Maldestra, di dedicare questo appuntamento di oggi anzitutto alle giovani generazioni.
A quei giovani a cui la novantacinquenne senatrice Liliana Segre ha passato il testimone di custodi della memoria. Ricordo sempre con grande emozione l’incontro della senatrice a vita a gennaio di sette anni fa con centinaia di ragazze e ragazzi nel Teatro “Claudio Abbado” della città Ferrara, la mia prima sede da Prefetto: con voce limpida, la sua testimonianza ha trasmesso a tutti il senso del coraggio, della vita, della necessità del dialogo tra diversi, della solidarietà e della pace. Tornata dai campi della morte, ha testimoniato il dovere doloroso della memoria senza mai risparmiarsi, fino all’ultima testimonianza pubblica del 9 ottobre 2020, quando ha comunicato la decisione di passare il testimone ai più giovani.
Raccogliamolo tutti insieme, giovani e meno giovani, istituzioni e cittadini, questo testimone così importante e prezioso, impegniamoci a far prevalere l’umanità su tutto e rifiutiamo ogni forma di odio.
Il nazismo ha scatenato una guerra, per desiderio di conquista e di dominio, che ha provocato cinquantacinque milioni di morti, esaltando gli animi tedeschi e degli alleati con la scellerata concezione di superiorità razziale. Il regime nazista ha cancellato la vita di quasi sei milioni di donne, uomini, bambini soltanto perché ebrei: furono fucilati, fatti morire di fame o sterminati nei camion e nelle camere a gas, bruciati nei forni o nelle fosse comuni. Oltre agli ebrei anche dissidenti politici, rom, sinti, omosessuali, testimoni di Geova, malati di mente e disabili sparirono senza nemmeno il diritto al nome e al ricordo.
In Italia, alleata della Germania in guerra e in questo folle e perverso disegno, la vergogna delle leggi razziste ha negato agli ebrei il diritto all’istruzione, al lavoro, alla proprietà, alla casa, alla cittadinanza. Ha portato a negare gli affetti, separando e distruggendo intere famiglie.
Chiedo ai giovani presenti qui oggi: conoscete la storia di Sami Modiano? Sami Modiano ha compiuto il 18 luglio dello scorso anno novantacinque anni, è sopravvissuto all’orrore di Auschwitz-Birkenau ed è testimone attivo della memoria, come Liliana Segre. Nel 1938, anno della promulgazione delle leggi razziali fasciste, il piccolo Sami frequentava le scuole nell’isola di Rodi, allora territorio italiano, dove ebrei, cristiani e musulmani convivevano pacificamente. Sami, essendo ebreo, si trovò improvvisamente espulso dalla sua scuola. Lui stesso ricorda così quella terribile esperienza: «Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo».
Le truppe tedesche invasero Rodi e il 23 luglio 1944 prelevarono con l’inganno tutti gli ebrei presenti sull’isola, senza che nessuno potesse sfuggire, imbarcandoli nella stiva di un vecchio mercantile, fino al Pireo ove vennero caricati nel buio soffocante dei vagoni piombati, diretti verso il campo nazista di Birkenau. Appena arrivati nel campo, gli uomini vennero separati dalle donne e Modiano, allora quattordicenne, rimase con suo padre.
Nei mesi successivi Sami perse prima la sorella Lucia e poi il papà che, appresa la morte della figlia, si consegnò volontariamente in infermeria ben sapendo quale fine gli sarebbe stata riservata.
Nel 1945, quando i sovietici erano a poche decine di chilometri dal campo, i tedeschi presero i superstiti e da Birkenau camminarono verso Auschwitz. Durante la marcia, Modiano si accasciò a terra senza forze, abbandonando le speranze; fu sollevato da sconosciuti compagni di sventura che lo lasciarono su un cumulo di cadaveri per mimetizzarlo.
Al suo risveglio, vide una casa in lontananza e vi si trascinò; lì trovò altri superstiti del campo, fra cui Primo Levi e l’amico Piero Terracina. Il giorno dopo arrivarono i soldati russi, era il 27 gennaio del 1945.
Ha ricordato Sami Modiano: «Io ero adesso un uomo libero, ma in me non c’è stato nemmeno un secondo di allegria. Io mi sono sentito subito colpevole, un privilegiato». Dei 776 bambini ebrei italiani di età inferiore ai 14 anni, deportati nei campi di concentramento, Sami è tra i 25 sopravvissuti.
Non è facile trovare una risposta alle domande che ogni persona dotata di coscienza si pone. Come è potuto accadere? Come è potuta scaturire, dall’interno della nostra antica civiltà, e come può essersi imposta a popoli di grandi tradizioni culturali, questa dottrina di morte?
Ecco che il Giorno della Memoria deve essere inteso anzitutto come giorno della conoscenza: di ciò che ha prodotto l’odio razziale, del significato della lotta antifascista, della natura dell’occupazione tedesca e di come il regime fascista vi collaborò.
Dico di più. La memoria è un dovere. Perché nella memoria c’è l’identità, l’identità di ogni persona, di ogni popolo e dell’intera umanità. Perché nella memoria, che contiene anche l’esperienza del male, c’è il presidio morale contro ogni nuovo possibile orrore.
La storia ha bisogno della memoria. Elie Wiesel, superstite dell’Olocausto e premio Nobel per la pace nel 1986, ci ha ricordato che l’oblio è il contrario della storia.
Trasmettere da una generazione all’altra la memoria del nostro passato non può essere un semplice rito che si tramanda. E’ un dovere che si ha il dovere di adempiere. Cosa ci può aiutare in questo? Lo ripeto sempre e lo ricorderò anche oggi: il nostro vaccino contro il rischio di perdere ogni memoria è nella Costituzione Repubblicana, nata dal riscatto della Resistenza e dalla vittoria sul nazifascismo.
La nostra Costituzione segna una divisione netta tra umanità e barbarie, con il riconoscimento di eguali diritti e dignità ad ogni persona, per una convivenza pacifica tra i popoli e gli Stati. Ricerchiamo, quindi, le radici della memoria e della nostra identità nella nostra Costituzione per costruire il futuro.
Nel chiudere queste riflessioni voglio brevemente ricordare la tragica pagina del ghetto di Terezin, vicino Praga, il maggiore campo di concentramento cecoslovacco, costruito come campo di passaggio per tutti gli ebrei del cosiddetto “Protettorato di Boemia e Moravia”, istituito dopo l’occupazione nazista della Cecoslovacchia, prima della deportazione nei campi di sterminio dei territori orientali. A Terezin c’erano 15.000 bambini, compresi i neonati.
Dopo la guerra tornarono in meno di cento, nessuno aveva meno di quattordici anni: figli di ebrei cecoslovacchi, deportati a Terezin insieme ai genitori, molti provenivano da orfanatrofi. La maggior parte morì nel 1944 nelle camere a gas di Auschwitz.
Del loro passaggio a Terezin è rimasta una commovente testimonianza, rappresentata da alcune migliaia di disegni e qualche decina di poesie.
In questo luogo di terrore e disperazione, i bambini furono aiutati a sopravvivere dagli adulti, anche artisti, scrittori e scienziati del tempo: studiavano, dipingevano, facevano teatro, musica e scrivevano poesie. Dai documenti, che sono stati nascosti e salvati dalla furia nazista, traspare una maturità di pensiero straordinariamente precoce, la straziante consapevolezza di un destino inesorabile e, soprattutto, il disperato, insopprimibile anelito alla vita delle giovani vittime.
Non si conosce il nome del bambino di Terezin che ha scritto questi brevi versi nel 1941, ma è un inno alla bellezza della vita contro il buco nero dell’indifferenza.
Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alla bellezza
quando cammini tra la natura
per intrecciare ghirlande coi tuoi ricordi:
anche se le lacrime ti cadono lungo la strada,
vedrai che è bello vivere.
Tocca a voi, ragazze e ragazzi, nel corso della vostra vita, l’arduo compito di conservare viva la nostra memoria”.




























