Potenza celebra la Festa della Repubblica: ecco l’intervento del Prefetto Campanaro

In occasione della Festa della Repubblica, ecco l’intervento del Prefetto di Potenza, Michele Campanaro:

“Rivolgo un saluto cordiale alle cittadine e ai cittadini, alle autorità religiose, civili e militari, ai rappresentanti delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma presenti con i loro Labari e ai tanti Sindaci della provincia intervenuti con i loro Gonfaloni, inclusi i Primi Cittadini neo eletti qualche giorno fa.

Un saluto particolare va ai più giovani: dalla rappresentanza della Consulta provinciale degli Studenti, alle studentesse ed agli studenti delle scuole secondarie superiori ed alle alunne e alunni delle scuole primarie della provincia, tutte idealmente rappresentate dalla classe III A della Scuola primaria “Nicola Chiacchio” di Nemoli.

Insieme con questi splendidi bambini, a cui consegneremo a breve una targa, sono anche presenti le alunne della classe V A dell’Istituto comprensivo “Don Milani – Leopardi” di Potenza e la giovanissima Alfiere della Repubblica Serena Zullo di Lauria: meno di un mese fa, entrambi hanno ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella due distinzioni onorifiche che ci inorgogliscono tutti, per la testimonianza dei valori assoluti di solidarietà e altruismo che i nostri giovani lucani sanno portare nel sociale, in favore delle persone più fragili e bisognose di aiuto.  Anche a loro avrò l’onore di consegnare, tra qualche minuto, una targa commemorativa di questa giornata.

Infine, saluto e ringrazio sentitamente l’artista lucana Arisa che, accompagnata dall’Orchestra Sinfonica 131 di Basilicata magistralmente diretta dal maestro Pasquale Mènchise, ha interpretato come solo lei sa fare il nostro “Canto degli Italiani”, regalandoci momenti di emozione unica. Grazie, Arisa!

Non tutti sanno che la decisione di celebrare la Festa della Repubblica il 2 giugno è stata sugellata da una legge dello Stato, la n. 336 del 20 novembre 2000 che, dopo ventitré anni, ha ripristinato questa data come giorno festivo, concludendo il percorso avviato, durante il suo settennato, dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, conosciuto come “progetto di religione civile” per il dichiarato intento di rafforzare il sentimento di identità nazionale.

Perché questa data per festeggiare la Repubblica Italiana? E’ presto detto: il 2 e il 3 giugno di 80 anni fa si è tenuto il referendum istituzionale a suffragio universale e tutti gli italiani – comprese le donne che nel 1946 votarono per la prima volta – furono chiamati alle urne per scegliere la forma di governo preferita: Monarchia o Repubblica. Con 12 milioni e settecentomila voti contro 10 milioni e settecentomila circa, gli elettori scelsero la Repubblica e la famiglia Savoia, che fino ad allora aveva regnato sull’Italia, fu esiliata.

Il voto per la Repubblica nasce dal desiderio di costruire una stagione di libertà e di stipulare un nuovo “patto di cittadinanza”. Cosa intendo? La genesi della nostra Repubblica è stata l’espressione più alta e più nobile non già di una ristretta élite intellettuale e politica – ciò sarebbe avvenuto persino se la scelta istituzionale fosse stata compiuta all’interno dell’Assemblea costituente – ma la risultante di una grande manifestazione di civiltà, espressa in un voto che, da un lato, diede alla Monarchia oltre dieci milioni di consensi e che, dall’altro, consentì alla Repubblica di disporre di una legittimazione popolare che le ha permesso di non essere più messa in discussione.

Lo storico Pietro Scoppola ha osservato che «(…) paradossalmente, questa scelta bipolare, in cui una parte ha perso e una ha vinto senza possibilità di compromessi, è stata il frutto di un compromesso dell’Italia repubblicana con l’Italia monarchica: il referendum è servito a saldare le due Italie».

Il referendum svolse, dunque, una straordinaria funzione di pacificazione che consentì a tutti gli italiani di riconoscersi pienamente nella nuova forma statuale prima e nella Costituzione, poi. A spingere con determinazione e lungimiranza per il referendum istituzionale fu l’allora Ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita convinto che una decisione così importante per il futuro di un Paese che usciva dalle macerie della guerra dovesse essere compiuta da tutti gli italiani.

Quando Romita, e poi con lui i maggiori leader dei partiti popolari rinati dopo il buio della dittatura fascista, vollero percorrere la strada del referendum istituzionale non potevano prevedere quale sarebbe stata la conclusione; compirono un atto di fiducia nella capacità degli italiani di comprendere le ragioni di un taglio netto con il passato.

Il 2 giugno 1946 rappresenta, dunque, una pagina alta e nobile della nostra storia democratica e al tempo stesso un passaggio determinante nella costruzione di una identità nazionale.

In quel giorno, le italiane e gli italiani con il voto siglarono un “patto di convivenza civile” che consentì ai costituenti di stipulare un patto giuridicamente ancora più forte: la Costituzione Italiana. Ecco allora che la Carta costituzionale rappresenta l’ideale quanto nobile conclusione di quel percorso di lotta contro le barbarie nazi-fasciste, iniziato con la Resistenza, affermatosi con la Liberazione e che ebbe proprio nel voto popolare per la Repubblica la sua consacrazione di massa, riuscendo a radicare i nuovi valori fondativi dell’identità civile e nazionale. La logica sottesa alla trama costituzionale è l’individuazione di una piattaforma comune di principi, valori e doveri, che indichi i limiti e i rapporti reciproci tra lo Stato e i cittadini.

Ottanta anni fa, lo abbiamo ricordato, votarono per la prima volta le donne. A proposito del pochissimo esplorato contributo delle donne lucane lungo il percorso di riconoscimento del diritto di voto, ho trovato interessante un passaggio della lettera pastorale dal titolo “La responsabilità del fratello maggiore”, scritta da Monsignor Anselmo Filippo Pecci, arcivescovo di Acerenza e Matera, in occasione della Santa Quaresima del 1945.

Nell’esercizio della sua azione pastorale, Monsignor Pecci spese il suo impegno per la realizzazione di un magistero sociale che coglieva il valore dell’attribuzione del voto alle donne, al punto da assegnar loro, nella citata lettera pastorale, «un “posto d’onore” nella ricostruzione della nuova società così come nell’opera di cooperazione tra laicato e gerarchia, in una continuità di ruolo e di aggregazione e di fedele compendio da sempre loro riconosciuto».

Facendo un passo indietro negli anni, la legge elettorale n. 666 del 30 giugno 1912, promossa da Giovanni Giolitti, introduceva in Italia il suffragio universale maschile a tutti i cittadini di età superiore ai 30 anni senza alcun requisito di censo né di istruzione, escludendo “tout court” le donne. Ci troviamo, in quel periodo storico, in una Italia ancora impigliata nelle convenzioni sociali di genere, che attribuiscono al sesso femminile l’esclusivo ruolo di “angelo del focolare”.

Saranno gli anni del secondo conflitto mondiale a segnare un decisivo cambio di passo sulla strada dell’emancipazione sociale e politica delle donne italiane, quando sostituiranno in molte attività gli uomini chiamati al fronte e parteciperanno esse stesse alla Resistenza, ricoprendo un ruolo determinante per la liberazione del Paese e per la sua ricostruzione.

Si può ben dire che il voto alle donne fu una vera e propria conquista e non una concessione. Esso divenne norma prima con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945 (conosciuto come decreto Bonomi, dal nome dell’allora Presidente del Consiglio), che riconobbe alle donne che avevano compiuto i 21 anni il diritto di votare, cioè l’elettorato attivo. Successivamente, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946 alle donne fu riconosciuto anche l’elettorato passivo, rendendole eleggibili all’Assemblea costituente con il compimento del venticinquesimo anno d’età.

 Non si trattò, tuttavia, di un percorso indolore. Anche le ventuno donne elette nell’Assemblea costituente dei cinquecentocinquantasei, quando non furono gli stereotipi sociali consolidati, incontrarono resistenze inossidabili fra gli stessi scranni dell’Assemblea: considerate, a seconda dell’articolo oggetto di stesura, esecutrici «di una differente missione» rispetto all’uomo (sono le parole dell’onorevole La Pira in sede di formulazione dell’art. 37 sui diritti delle donne lavoratrici), «fisiologicamente diverse» (la posizione espressa dall’onorevole Molè rispetto alla formulazione dell’articolo 51 in tema di accesso agli uffici pubblici ed alle cariche elettive) o addirittura prive delle capacità che determinano la «rarefazione del tecnicismo» (così l’onorevole Leone a proposito dell’art. 106 sulle nomine dei magistrati di sesso femminile).

E’ stato letto poco fa il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ai Prefetti per questa giornata. Esso sintetizza in modo chiarissimo i temi sui quali, in una fase storica delicata e cruciale, il nostro Paese è chiamato ad impegnarsi, in maniera coesa, ritrovandosi sui principi ispiratori di questa ricorrenza.

I resoconti parlamentari, le cronache giornalistiche, i discorsi pronunciati nel corso dei comizi politici che inaugurarono l’era della democrazia repubblicana ci danno straordinaria prova di tutti i tasselli che consentirono di raggiungere, il 2 e il 3 giugno 1946, una vera e propria mobilitazione civile con oltre l’89 % di affluenza totale ai seggi.

Un risultato che non sarebbe stato raggiunto senza lo sforzo collettivo che ogni componente del tessuto civile riuscì a garantire: i partiti politici, le scuole, le diocesi, le istituzioni tutte cooperarono insieme per favorire questa straordinaria occasione di civismo collettivo. Il desiderio di contribuire a scrivere il futuro del Paese fu certamente motivato dalle sofferenze e dai soprusi determinati dall’oppressione e dalla repressione del ventennio di dittatura fascista, ma nulla sarebbe stato possibile senza l’impegno personale, senza l’individuale convinzione dimostrata da ciascun cittadino di voler essere artefice del destino della Repubblica.

Dobbiamo, dunque, ancora oggi farci fedeli interpreti di questo straordinario esempio di cittadinanza che la Storia ci ha consegnato, portando con noi le parole delle Madri e dei Padri Costituenti, non come un peso, ma come una bussola, perché il futuro della Repubblica è in ogni azione di cui sappiamo farci autori attraverso il dialogo e la passione civile, per consolidare – come ci ha appena ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – «(…) l’architettura della fiducia tra istituzioni e cittadini, ravvivando in ciascuno il senso più autentico della partecipazione democratica», quale compito persistente nella vita della Repubblica.  

Riprendo le parole pronunciate da un Padre costituente lucano, l’onorevole Emilio Colombo che, dopo l’armistizio del 1943, si accingeva a fare ritorno nella sua terra, senza ancora avere ben chiaro cosa lo attendesse: «Al mio rientro in Basilicata (…) mi accorsi che ci si aspettava che, avendo militato per anni nell’Azione cattolica, potessi assumere un ruolo dirigenziale nell’ambito della Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici italiani che si stava costituendo. (…) Rimasi indeciso per molto tempo, ma poi preferii non dedicarmi ad alcuna attività politica, pur sapendo che, nella nuova realtà che si stava aprendo dopo la caduta del fascismo, fosse necessario impegnarsi». 

La storia di questa terra ci ha poi raccontato che l’onorevole Colombo non si sottrarrà mai al suo impegno civile e che, anzi, sarà presente sin dai lavori dell’Assemblea costituente nel processo di emersione e di costruzione democratica della vita del nostro Paese.

Concludo. In questo ottantesimo della sua fondazione, ricordiamoci tutti sempre che la Repubblica ha alle sue spalle storie di umanità, di difesa della vita e della pace. Ricordiamoci tutti sempre che per vivere fino in fondo i grandi ideali, che sono dietro i principi fondamentali della nostra Costituzione, è necessario che vi sia in ciascuno di noi, oltre alla prevalente consapevolezza dei propri diritti, quella delle proprie responsabilità nei confronti degli altri, che è fonte di solidarietà sociale e di sicurezza collettiva. 

Viva la Repubblica, viva la Costituzione, viva l’Italia!”.