Inaugurazione pirotecnica per il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, che si concede all’Opera Nazionale di Varna, in doppia veste di direttore musicale e bacchetta ospite del concerto d’apertura della stagione concertistica, di far musica con il pianista Giuseppe Albanese.
Daniela Dimova, riconfermata brillantemente sovrintendente del teatro, ha accolto la proposta dei due maestri, che hanno scelto per il prestigioso evento un programma interamente dedicato alla scuola nazionale russa con il concerton°2 in Do Minore op.18, composto da Sergej Rachmaninov e la V sinfonia, in Re Minore op.47 di Dmitrij Shostakovich.
Nel lasso di tempo trascorso a Varna i due maestri sono stati i docenti di due masterclass, Jacopo Sipari di direzione e Giuseppe Albanese di pianoforte, da cui è stato scelto Nikolay Hilendarov per dirigere la sinfonia de’ “La forza del destino” di Verdi.
Accordi pesati e pensati alla Karajan, il respiro del destino nello stacco, i numeri ci sono per confezionare “un bel vestito” per dirla con Eduardo De Filippo.
Riflettori quindi, sul gran coda nero al quale si è assiso Giuseppe Albanese, rappresentante di un pianismo dal fraseggio d’abbagliante bellezza, di quel metallo lucente che è caratteristica del magistero italiano di questo strumento.
Il pianista calabro ha scelto per il pubblico bulgaro il Rach 2 composto da Sergej Rachmaninov, tra il 1900 e il 1901, esito liberatorio di una rigenerazione fisica, spirituale e creativa del grande russo.
Solista-eroe all’assalto scatenato, funambolismi in velocità, grandi silenzi carichi di pathos, quasi un cliché cinematografico, con l’attacco, risultato un vero e proprio cielo di pietra, evocato dal pianoforte, la melodia (la grande melodia che attraversa tutta la composizione con un avvincente percorso carsico) ha “scorso”, ci ha travolto: il fraseggio di Albanese, assecondato empaticamente dal Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, è apparso potente con i giusti abbandoni e soprattutto da una serie di riflessioni intime, non scritte.
C’è sembrato lasciandoci intuire anche qualcosa di pathico e di delicato quanto di più distante dall’esibizione del lirismo.
Per quanto riguarda, invece, i momenti “eroici” del primo e del terzo tempo, i funambolismi, le gare di velocità e di forza con l’orchestra….
ne è rimasta intensa traccia, ma il pianismo di Giuseppe Albanese è rimasto sempre elegante, vaporoso, e di grandissima precisione.
Ci siamo accorti con lui della quantità enorme delle indicazioni di mezzo-forte che Rachmaninov ha scritto, di come i passaggi “di bravura” possano acquistare un valore timbrico altro.
Certo lirismo disteso e solare, di una sincerità totalmente priva di inibizioni, unito ad una tensione sotterranea, che ha attraversato il terzo movimento, ha pienamente convinto il pubblico che ha “ri-chiamato” più volte al proscenio Giuseppe Albanese e il direttore Jacopo Sipari, il quale ha trasformato in una lussuosa spalla l’orchestra dell’Opera di Varna, chiamata a sostenere il mix di grazia e grinta del solista, regolati da una sensibilità, chiaramente non solo tattile, dove l’una è entrata nell’altro, rendendo, così, l’insieme sovrano e ricevendone in cambio da parte di Albanese, il rondò dalla Sonata in Do Maggiore op.24 di Carl Maria Von Weber, un perpetuum mobile, eseguito con ribollente energia.
Seconda parte dedicata interamente all’esecuzione della quinta sinfonia in Re Minore op.47 di Dmitrij Shostakovich.
E’ la volontà che si palesa nel principio base di questa sinfonia, cioè quello di una polifonia essenzialmente “duale” (la polifonia occidentale delle origini, degli organa e del contra-punctum, ma anche delle invenzioni a due voci) o al massimo “ternaria” (il motetus di XIII e XIV secolo, come nelle sezioni iniziali del Largo), che permea tutta la costruzione sinfonica, dall’incipit “canonico” alle strutture armoniche del Moderato iniziale (l’armonia “melodica” di viole e violoncelli/c.bassi sul primo cantabile; le risposte imitate, rigorosamente a due voci, di corno e flauto); dal discantus fra violini e viole (al di sopra del tenor dei bassi) nel Largo alle “divisioni” in compagini, ancora duali/ternarie, del finale.
Allo stesso tempo, non si può negare che diverse sezioni accordali (o meglio un “senso” armonico esteso) pervadano intere sezioni dell’opera, ma la matrice contrappuntistica del disegno – in cui è davvero difficile “barare” – ne costituisce essenzialmente la base.
La disposizione armonica (una sorte di scrittura a “parti late” anche per la fase acuta dell’orchestra) e soluzioni accordali personalissime e moderne (l’accordo perfetto maggiore col basso di seconda, su tutte) sono punti altrettanto chiari in cui il Maestro Jacopo Sipari ha lasciato trasparire la voce intima di Shostakovich in tutto il suo nitore “aereo”, algido, secco (il suono “scarnificato” dell’ultimo Mahler, il colore “denutrito” di Grosz, Kokosckha, Schiele, ad esempio nei soli dei due flauti), facendo, così emergere il profilo netto di un compositore fondamentale per il ‘900, un compendio e un paradigma delle sue qualità particolari; un “testamento” altissimo della sua umanità e della sua onestà intellettuale.
Nelle citate memorie di Volkov, Shostakovich si riservava ancora il diritto/dovere di dire “tutto quello che sento il bisogno di dire” attraverso la musica, e di farlo con coraggio: “Ci occorre musica coraggiosa, e non uso questo aggettivo nel senso che le note debbano essere sostituite da dichiarazioni di principio, ma coraggiosa nel senso di veritiera.
Una musica in cui il compositore esprima sinceramente i propri pensieri”.
Già divise le strade di Giuseppe Albanese, impegnato nella Basilica di San Vittore in Varese, con Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano, diretta da Giovanni Conti, per il Concerto per pianoforte e orchestra N. 1 in si bemolle minore, op. 23 di Pëtr Il’ič Čajkovskij mentre il 3 Febbraio sarà in récital al Teatro Verdi di Pisa, ospite della LIX Stagione de I Concerti della Normale con un programma tutto incentrato sui compositori dell’era romantica, Mendelssohn-Bartholdy, Weber, Tausig, Granados e Albéniz, mentre il Maestro Iacopo Sipari, volerà in Ungheria per dirigere oltre che Sinfonie di Rossini e Verdi e uno dei suoi cavalli di battaglia, l’Intermezzo della Manon Lescaut di Giacomo Puccini, la Sinfonia N. 3 in do minore “Sinfonia per Organo”, op. 78 di Camille Saint-Saens, uno dei suoi capolavori, insieme al Samson, destinato a celebrare il sinfonismo francese e poetico dei nuovi tempi.




























