I prodotti diventano sempre più piccoli, ma i prezzi si gonfiano: stiamo parlando della shrinkflation, il fenomeno con cui le aziende diminuiscono le quantità dei prodotti confezionati senza ridurre il prezzo finale.
Una pratica che spesso inganna il consumatore, convinto di acquistare la solita quantitià, quando, in realtà, sta portando a casa molto meno.
Ma da mercoledì 15 luglio, entrano in vigore le nuove misure per contrastare questo fenomeno.
Già nel 2024 il governo italiano, rivorda leggo, si era dichiarato contrario a questa pratica modificando il Codice del consumo italiano con l’inserimento di un nuovo articolo, il 15-bis, che prevedeva l’obbligo di indicare sulla confezione una specifica dicitura che segnalasse la riduzione del volume del prodotto.
In questo modo, il consumatore sarebbe stato consapevole dell’acquiesto. Secondo tali normative, dopo sei mesi, la dicitura sarebbe potuta essere rimossa.
Tuttavia questa misura, che sarebbe dovuta scattare il 1° aprile 2025, era stata contestata dalla Commissione europea, che aveva definito spoporzionata la normativa.
L’Italia, quindi, è stata costretta a modificare nuovamente il testo e a rimandare l’entrata in vigore della norma.
Il base al nuovo decreto del Ministero del Made In Italy, scompare l’obbligo per i produttori di indicare in etichetta la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”.
Al suo posto, in caso di riduzione della quantità di un prodotto, infatti, i soggetti della filiera (produttori, distributori) dovranno trasmettere ai venditori una comunicazione standardizzata con i dettagli sulla variazione e la percentuale di aumento del prezzo dovuta al rimpiciolimento.
Saranno poi i punti vendita fisici o digitali a dover comunicare queste informazioni al consumatore, ma solo per i primi tre mesi dalla commercializzazione del prodotto riproporzionato.
Insieme alle nuove norme, arriva anche una nuova preoccupazione: quella per la skimpflation.
In questo caso, i prezzi e le dimensioni del prodotto finale rimangono invariati, ma le aziende abbattono i costi utilizzando materie prime di qualità inferiore.
Così il burro o l’olio d’oliva vengono sostituiti con i meno costosi olio di palma o margarina, le uova fresche vengono rimpiazzate da tuorli e albumi in polvere o liquidi, piatti pronti e salse riducono le percentuali di carne a favore di addensanti e acqua.
Il Codacons ha evidenziato che la shrinkflation riguarda un mercato, quello dei beni di largo consumo, che vale in Italia 120 miliardi di euro annui, e porta ad aumenti occulti dei prezzi in media tra il +10% e il +18%, con punte in alcuni casi del +40%.
Tra i beni più colpiti dal fenomeno ci sono gli alimentari, con in testa cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati, bibite, ma anche prodotti per la casa (detersivi, carta igienica) o per la cura del corpo (bagnoschiuma, shampoo, dentifricio, ecc.).
L’impatto reale sulle tasche degli italiani non è noto, poiché il fenomeno non è rilevato in modo specifico dall’Istat attraverso il monitoraggio dell’inflazione, ma ipotizzando un effetto anche minimo del +0,1% annuo sui prezzi dell’intero paniere dei beni di largo consumo, il conto a carico delle famiglie negli ultimi 15 anni ammonterebbe, secondo l’associazione dei consumatori, a 1,8 miliardi di euro.



























