Potenza: il signor Lello, sopravvissuto ai campi di sterminio, parla con questi studenti

Si sono conclusi i seminari di Lello Dell’Ariccia in preparazione del Giorno della Memoria al L. da Vinci-Nitti di Potenza:

“Una due giorni ricca di contenuti e di emozioni con un relatore di eccezione, il Presidente dell’Associazione Progetto Memoria e testimone sopravvissuto alla Shoah.

Il saluto della Dirigente, prof.ssa Alessandra Napoli, che invita i partecipanti a tenere aperta la porta delle emozioni, per accogliere tutte le sollecitazioni a una riflessione attiva, è l’introduzione a una narrazione lucida e puntuale di fatti, di documenti, di foto e persino di filmati inediti.

Il Progetto Memoria nasce dalla necessità di evitare che accada di nuovo che una dittatura si appropri della vita degli esseri umani, perpetrando atrocità e violenze.

E così i lutti diventano memoria, raccontare è una sorta di rielaborazione dal potere taumaturgico per il narratore, ascoltare e meditare è, infine, la linfa dell’azione per le giovani generazioni, a cui è richiesto di “raccogliere il testimone”, usando un termine mutuato dallo sport, e di partecipare alla costruzione del bene comune.

Di qui prende avvio il racconto vero e proprio.

Le leggi razziali del 1938 segnano uno dei periodi più bui della storia italiana e rilevano, cosa ancor più grave, una diffusa indifferenza rispetto alla totale emarginazione di tutta la comunità ebraica presente sul territorio nazionale.

Emblematico è il certificato di nascita di Lello Dell’Ariccia riportante, con un timbro rosso l’indelebile dicitura “il riscontro è di razza ebraica”, l’indegno stigma di cittadino di serie B impresso sin dalla nascita.

In questo clima di terrore, una famiglia di vicini di casa dei Dell’Ariccia, la famiglia Marozzini, i cui nomi sono stati poi annoverati tra i Giusti delle Nazioni, “ha rotto il modo di essere della maggior parte degli italiani e una sera ha bussato al campanello dell’interno 16, dove viveva la famiglia Dell’Ariccia, ha chiesto amicizia per poi offrirla”.

Da allora le due famiglie si sono fuse in un unico nucleo offrendo aiuto, nascondigli, documenti falsi e supporti necessari alla sopravvivenza dei mal capitati ebrei.

Lello dell’Ariccia tiene a sottolineare come questa sorta di unica famiglia continui a esistere, a stimarsi e a volersi bene come se si trattasse di un nucleo di consanguinei.

È interessante come la solidarietà verso il vicino sia il filo conduttore, poi, di tutta la narrazione che passa per una portiera che, durante un rastrellamento delle SS nel ghetto ebraico di Roma, ha strappato dalle braccia della mamma un neonato, rivendicandone il diritto genitoriale, per arrivare a un’infermiera non ebrea, che ha deciso volontariamente di accompagnare la sua assistita nel viaggio verso la morte nei campi di sterminio, fino al fatidico avvertimento che i membri dell’ambasciata sovietica a Roma, fanno allo zio materno di Lello Dell’Ariccia, noto sarto, cui raccomandano di non fidarsi dei nazisti, perché stavano compiendo orribili violenze contro gli ebrei in tutta Europa”.

Dell’Ariccia racconta:

“Mio zio ci aveva avvisati, ci aveva detto che sarebbe successo qualcosa di brutto, ma di tutta la mia famiglia solo due persone gli hanno creduto: mio padre e mia madre, così mio padre andò subito a vivere in una fattoria di amici e, pochi giorni dopo, anche io, mia madre e mio fratello andammo in un’altra fattoria di altri amici, per dividere i rischi.

Dopo il bombardamento del quartiere di San Lorenzo, la situazione per noi ebrei peggiorò.

Sulla base degli elenchi ministeriali, infatti, le SS cominciarono a girare per la capitale, andando di palazzo in palazzo a prendere persone ebree per poi portarle alla stazione Tiburtina, lì aspettavano 28 carri bestiame che li avrebbero portati ai campi di concentramento e di sterminio.

Nei vagoni, dove entravano circa cinquanta persone, c’era solo un po’ di paglia e un secchio”.

Lello Dell’Ariccia spiega come quel trasferimento fu solo il primo di tanti e il racconto si fa angosciante quando arriva al momento cruciale, così riferito:

“La sera del 15 ottobre 1943, mia madre decise che il giorno dopo ci saremmo alzati all’alba e saremmo andati a trovare la nonna.

La mattina dopo mia madre prese qualche uovo e una bottiglia d’olio, perché in campagna ancora si trovavano queste cose, e sotto una pioggia battente ci incamminammo.

Arrivammo dopo due ore e mezzo, ma mentre ci stavamo avvicinando al portone, un commerciante che conosceva mia madre la prese per un braccio, la tirò nel suo negozio e le disse che erano arrivati i nazisti e avevano arrestato anche mia nonna, la mia cuginetta di sei anni e mio zio“.

Per caso, dunque, Lello Dell’Ariccia riuscì a salvarsi dalla deportazione nei campi di sterminio.

Restano limpide nella sua memoria le immagini di quei giorni, contestualizzate in una più ampia cornice storica altrettanto ben definita, e ricca di particolari poco noti ai più.

Grazie a una ricostruzione accurata e documentata, Dell’Ariccia racconta quella pagina di storia nota come la “Shoah barbara” compiuta dagli Einsatzgruppen, reparti speciali composti da uomini delle SS, che hanno commesso eccidi efferati, fucilazioni di massa, cui hanno fatto seguito stragi in camion a gas che, successivamente, si sono evoluti nelle camere a gas dei campi di concentramento e di sterminio.

La narrazione, pur se a tratti sconvolgente, è stata esposta con una voce calda e ben modulata, tradita pochissime volte dall’emozione, che invece solcava i visi di molti, dietro alle webcam accese.

Sì, non è stato necessario raccomandare agli studenti e alle studentesse di tenere le videocamere accese, come non è stato necessario sollecitarli a fare domande.

Il Presidente è stato letteralmente sommerso di quesiti e ha ammesso che raramente gli è capitato di dover rispondere a tante domande.

Complimentandosi con gli studenti e le studentesse e con i docenti, che hanno evidentemente ben assolto al loro ruolo, infine Dell’Ariccia ha salutato tutti con questo auspicio:

“Spero che ognuno di voi porti un pezzetto di queste storie nella sua vita.

E, augurandovi una vita di successi, spero che quando avrete figli possiate raccontare loro quanto avete udito.

Perché tutto questo non accada più“.

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