La riforma degli istituti tecnici prosegue, con studenti e sindacati in sciopero contro il disegno del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara.
La modifica è prevista dal Pnrr e cambia struttura agli istituti, fa sapere today: la protesta accusa il ministero di voler tagliare posti di lavoro degli insegnanti e di mettere gli studenti a disposizione delle aziende rendendo la scuola “classista”. Ci sono anche altre perplessità sui nuovi quadri orari e sulla riduzione dedicate alla cultura generale.
Il cuore della riforma è la missione 4 del Pnrr dedicata alla scuola. L’obiettivo ufficiale è “allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese, con attenzione all’innovazione digitale e a Industria 4.0”.
Il decreto ministeriale del 19 febbraio 2026 fissa le tappe dell’attuazione: nuovi indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento.
L’applicazione sarà graduale: prime classi dal 2026/2027, seconde dal 2027/2028, terze dal 2028/2029, quarte dal 2029/2030 e quinte dal 2030/2031.
Secondo la visione del Ministero dell’Istruzione, “l’elevata qualità del curriculum offerto incoraggerà l’occupabilità, grazie anche all’armonizzazione dei programmi di formazione in base alle esigenze di ciascun territorio”.
I nuovi istituti tecnici riformati restano percorsi di cinque anni, ma all’interno del quinquennio ci saranno dei “percorsi” diversi. L’impianto attuale distingue gli istituti tecnici in due settori, economico e tecnologico, e undici indirizzi.
Nel nuovo modello il settore tecnologico diventa tecnologico-ambientale. Il curriculum si articola in una parte generale nazionale, un’area di indirizzo flessibile e una quota a scelta delle scuole per adattare l’offerta al territorio, in base al tessuto produttivo presente.
Nel settore economico restano gli indirizzi legati ad amministrazione, finanza, marketing e turismo, con le novità beni culturali e ambientali. Nel settore tecnologico-ambientale rientrano invece meccanica, meccatronica ed energia, trasporti e logistica, elettronica ed elettrotecnica, informatica e telecomunicazioni, grafica e comunicazione, chimica e biotecnologie, sistema moda, agraria e costruzioni, ambiente e territorio. Di conseguenza, il ministero ha rivisto tutti i quadri orari.
Accanto alla riforma ordinamentale dei tecnici c’è la filiera tecnologico-professionale, nota come “4+2”. Corrisponde a quattro anni di scuola secondaria tecnico-professionale più due anni negli Its Academy. Valditara ha difeso questa impostazione sostenendo che il “4+2” serve a rafforzare “in modo strutturale il raccordo tra istruzione, formazione e lavoro”.
Anche questa è una riforma prevista dal Pnrr con un investimento da 1,5 miliardi di euro e inserisce i nuovi Its nel “Sistema terziario di istruzione tecnologica superiore”.
I percorsi sono di due tipi: quelli biennali, di quinto livello Eqf (European qualifications network), e quelli triennali, di sesto livello Eqf. Sono previsti più tirocini, raccordo con università e Alta formazione artistica, musicale e coreutica, con almeno il 60% del monte ore svolto da docenti provenienti dal mondo del lavoro.
Secondo le sigle sindacali contrarie, il rischio è che l’istruzione tecnica venga piegata alle esigenze delle imprese, riducendo la formazione generale e frammentando il sistema nazionale.
La protesta ha coinvolto la Rete degli studenti, di Flc Cgil, Usb, Cobas, Osa e Cambiare rotta e altre sigle sindacali in una cinquantina di piazze italiane ed è stata promossa dalla Rete nazionale degli istituti tecnici.
Studenti, docenti e personale hanno manifestato sotto gli uffici scolastici regionali. “Una riforma fatta senza ascoltare gli studenti è di per se sbagliata”, dice Angela Verdecchia, coordinatrice della Rete degli studenti medi, che continua: “il ministro sta diminuendo le ore di formazione didattica con il solo scopo di rendere prima possibile gli studenti un prodotto da dare in pasto alle aziende”.
La riforma, spiegano i manifestanti, propone più centralità per le materie di indirizzo, tagliando però di netto su tutte le altre materie. “Questo non permette una formazione completa, ma rischia solo di mandare studenti non formati a lavorare”, aggiungono.
“La riforma prevede il taglio alle discipline umanistiche e scientifiche, la formazione scuola-lavoro anticipata a 15 anni, l’imposizione della didattica per competenze condotta da esperti aziendali senza alcuna formazione pedagogica, lo smantellamento del biennio comune e titoli di studio non più comparabili tra i vari istituti del medesimo indirizzo.
Di fatto, l’istruzione tecnica diventa sempre più asservita alle esigenze delle imprese locali, si fa ancora più classista e si impoverisce: sarà un’istruzione superficiale per i figli delle classi popolari, cessando il suo ruolo storico di ascensore sociale”.
Il 6 maggio si è svolto un incontro al ministero. Secondo Uil Scuola, il tavolo ha affrontato la necessità di intervenire su quadri orari e quota di autonomia, con l’obiettivo di garantire stabilità degli organici, tutelare le discipline e ripristinare ore ridotte.
Ad aprile, il ministero ha inviato una nota agli istituti prevedendo che nella prima fase la quota flessibile a disposizione possa essere usata anche per salvaguardare la titolarità dei docenti coinvolti dai nuovi quadri orari, evitando situazioni di soprannumerarietà o esubero.
Nei casi residui, viene indicata la possibilità di cattedre sotto le 18 ore, ma non inferiori a 15, con completamento dell’orario tramite attività coerenti.
Per i sindacati, però, questa soluzione non basta. La possibilità di cattedre a 15 ore viene letta come una misura tampone e non come una garanzia strutturale. Il timore è che la riforma generi spezzoni, perdita di titolarità, mobilità forzata e incertezza per docenti di alcune discipline.



























